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Custonaci, la pietra del ricordo: una targa per Montalto, un murale per Giuseppe Di Matteo. Trent’anni dopo il dovere della memoria

Nel borgo trapanese, tra cave e vento di mare, istituzioni e cittadini si sono fermati davanti a una targa appena scoperta e a un nome che fa ancora male: Giuseppe

Redazione Trapani

09 Gennaio 2026, 16:47

17:25

Custonaci, la pietra che ricorda: una targa per Montalto, un nome per Giuseppe. Trent’anni dopo il dovere della memoria

La scena che resta negli occhi non è fatta di sirene né di nastri tricolori: è il rumore secco delle viti che stringono la targa nuova su una parete chiara, in una mattina di Gennaio che sa di pietra e sale. A Custonaci, provincia di Trapani, il trentennale non è un numero retorico, è un gesto concreto: dedicare un luogo alla memoria di Giuseppe Montalto, agente di Polizia Penitenziaria assassinato la sera del 23 dicembre 1995, e pronunciare ad alta voce il nome di un bambino, Giuseppe Di Matteo, scomparso in un buio senza tempo e ucciso l’11 gennaio 1996. Trent’anni che pesano come un dovere: ricordare e, soprattutto, agire. In piazza, insieme a cittadini, studenti e amministratori, sono arrivati il sottosegretario, la presidente della Commissione parlamentare Antimafia e un senatore che quella Commissione la vive ogni settimana. È la Sicilia che sceglie di stare dalla parte dello Stato, oggi e non solo nelle ricorrenze.

Una cerimonia che tiene insieme memoria e impegno

Alla commemorazione hanno preso parte il sottosegretario Andrea Delmastro, la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo e il senatore Raoul Russo di Fratelli d’Italia. Hanno ricordato il sacrificio di un servitore dello Stato e la ferita ancora aperta lasciata da un delitto che ha segnato l’infanzia negata di un Paese intero. Nel corso dell’evento è stata scoperta una targa che intitola formalmente uno spazio all’agente scelto Giuseppe Montalto, ucciso per avere fatto semplicemente il proprio mestiere: sorvegliare il rispetto delle regole nel braccio dell’ex 41-bis all’Ucciardone e impedire il passaggio di un pizzino tra detenuti mafiosi. È un gesto dal valore simbolico e civico: fissare nella mappa della città, non solo nella memoria, il nome di chi ha pagato con la vita.

Non è un fatto isolato. A poche decine di chilometri, a San Giuseppe Jato, in questi stessi giorni si sono svolte altre iniziative per il 30° anniversario dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, nel Giardino della Memoria ricavato proprio nel casolare-bunker di contrada Giambascio dove il ragazzino fu recluso per mesi. La presenza delle istituzioni – prefetti, sindaci, forze dell’ordine – ha trasformato la commemorazione in un patto pubblico: tenere insieme memoria e concretezza nella lotta quotidiana alle mafie.

I protagonisti istituzionali: ruoli, parole, responsabilità

Nelle sue dichiarazioni, il senatore Raoul Russo (FdI), componente della Commissione Antimafia, ha legato il ricordo alle scelte legislative in corso: dal disegno di legge contro l’“apologia di mafia” alle iniziative educative con le scuole. L’idea è chiara: non c’è memoria che basti da sola, occorre trasformarla in norme, risorse, percorsi stabili sui territori. Parole che arrivano alla fine di un anno in cui la Commissione ha moltiplicato missioni e audizioni, mentre i partiti si confrontano su priorità e metodi del contrasto alle organizzazioni criminali.

In piazza, accanto a lui, la presidente Chiara Colosimo, alla guida della Commissione Antimafia dalla primavera 2023, ha ribadito che “la memoria è un impegno” e che il lavoro parlamentare ha senso se incrocia la vita reale delle comunità, a partire dalle scuole e dai luoghi che la mafia ha cercato di piegare. La sua presenza a San Giuseppe Jato per le celebrazioni del trentennale ha scandito un calendario istituzionale che non lascia zone d’ombra: i delitti che hanno segnato la coscienza collettiva devono tornare nei luoghi dove sono accaduti, per dire che lo Stato c’è.

Quanto al sottosegretario Andrea Delmastro, la sua figura – al centro di polemiche nazionali nei mesi scorsi – richiama un punto cruciale: il contrasto alla criminalità non è solo investigazione e polizia giudiziaria, ma anche politiche penitenziarie efficaci, carceri funzionanti, gestione della sicurezza dentro e fuori le mura. La scelta di essere a Custonaci nel giorno della targa per Montalto e del ricordo per Di Matteo è un segnale politico e amministrativo: lo Stato si fa vedere, ascolta e prende impegni.

Chi era Giuseppe Montalto, perché la sua storia parla ancora a tutti

C’è un dettaglio che racconta molto: la sera del 23 dicembre 1995, Giuseppe Montalto – trentunenne per alcune cronache, poco più che trentenne in altre ricostruzioni ufficiali – stava salendo in auto con la moglie e la figlia di pochi mesi. Lo colpirono con un fucile, davanti ai suoi cari. La “colpa” attribuita dall’organizzazione mafiosa: avere intercettato e bloccato un messaggio clandestino, un pizzino, all’interno del carcere. Montalto era in servizio nel reparto che custodiva i detenuti sottoposti al 41-bis, il regime duro che Cosa nostra voleva piegare con minacce, ricatti, attentati. La Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria – conferita il 19 novembre 1997 – riconosce a quel gesto professionale il valore di una scelta di vita: servire lo Stato senza arretrare. Oggi il suo nome è inciso anche su una targa, qui, e sulla Casa circondariale di Alba, che porta la sua intitolazione.

Negli stessi giorni di questo trentennale, Custonaci ha annunciato un ulteriore passo: l’intitolazione di un parco giochi in contrada Sperone all’agente Montalto, dopo un iter amministrativo avviato nel 2024 su richiesta della UILPA Polizia Penitenziaria e concluso, con il via libera prefettizio, nella primavera 2025. Un simbolo che parla soprattutto ai bambini: giocare in un luogo che porta il nome di un servitore dello Stato significa far entrare la legalità nella quotidianità, senza retorica, con la forza della normalità.

Giuseppe Di Matteo, il nome che non smette di interrogare

Il piccolo Giuseppe Di Matteo aveva 12 anni quando fu rapito il 15 gennaio 1993; fu tenuto prigioniero per 779 giorni e ucciso l’11 gennaio 1996. Il suo corpo venne sciolto nell’acido: un delitto che non ha bisogno di aggettivi perché da solo basta a spiegare la ferocia mafiosa. Ogni gennaio, il Giardino della Memoria di San Giuseppe Jato torna a riempirsi di persone, istituzioni, associazioni come Libera, che trasformano la commemorazione in una palestra civica: laboratori per le scuole, letture pubbliche, visite nei luoghi del sequestro, momenti di riflessione. Ricordarlo significa anche proteggere chi oggi sceglie di parlare, di denunciare, di collaborare con la giustizia, perché il prezzo pagato allora non torni più.

A Custonaci, il nome di Giuseppe è risuonato tra due gesti complementari: la targa per Montalto e la volontà di dedicare spazi urbani e opere d’arte alla memoria delle vittime. Un disegno coerente, che tiene insieme la dimensione istituzionale e quella comunitaria: la memoria come infrastruttura di cittadinanza.

Le parole come legge: l’ipotesi di un reato di “apologia di mafia”

Nelle ore della commemorazione Raoul Russo ha citato il proprio impegno su un tema che divide giuristi e politica: introdurre uno specifico reato di “apologia di mafia”, capace di colpire comportamenti che oggi sfuggono alle maglie dell’ordinamento o finiscono per essere puniti solo in casi limite. È un dibattito che chiama in causa la libertà di espressione, la prevenzione e il valore pedagogico della norma. La memoria delle vittime può essere il faro per distinguere tra propaganda, folklore criminale e istigazione vera e propria. Il punto è evitare sia il vuoto che l’abuso: nessuna indulgenza per chi inneggia alle mafie, nessuna norma scritta sull’onda dell’emozione.

Un territorio che si muove: Custonaci e la “via della pietra” contro l’oblio

Custonaci è città di marmo e cave, un’economia e un paesaggio che insegnano la pazienza del lavoro. Qui, intitolare un luogo a Montalto e ricordare Di Matteo ha un significato materiale: incidere nella pietra la scelta di vivere in una comunità che rifiuta le scorciatoie del potere criminale e scommette su scuola, turismo, lavoro legale. Le commemorazioni diventano allora un “cantiere”: si pianificano percorsi turistici e didattici sulla legalità, si costruiscono patti educativi con le scuole, si recuperano spazi pubblici abbandonati per restituirli ai quartieri.

Non è un caso che il nome di Montalto compaia sempre più spesso nella toponomastica civile, né che la sua storia venga consegnata ai ragazzi nelle giornate dedicate alla Costituzione e alla lotta alla mafia. Anche nel giornalismo locale, la memoria non è mai routine: negli ultimi mesi sono uscite nuove ricostruzioni che hanno rimesso al centro i punti ancora oscuri dell’omicidio e il contesto del 41-bis degli anni Novanta, quando le organizzazioni criminali cercavano di spezzare il circuito Stato–carcere–inchieste con intimidazioni e sangue. È un promemoria di quanto la ricerca della verità non sia finita.

Il calendario delle ricorrenze non basta. Servono scelte misurabili

La tentazione delle ricorrenze è l’automatismo: un mazzo di fiori, qualche dichiarazione, l’album delle foto. A Custonaci il passo in più è evidente: la targa a Montalto e l’iter compiuto per il parco giochi mostrano che il Comune sta costruendo nel tempo una infrastruttura di memoria.

Trent’anni dopo, cosa ci resta da imparare

La storia di Giuseppe Montalto ricorda che la mafia ha sempre temuto i luoghi dove lo Stato è più nudo e più forte: il carcere, il processo, l’ufficio dove si protocolla un sequestro di pizzini. Per questo colpisce chi fa, non chi parla. La storia di Giuseppe Di Matteo racconta il volto più insopportabile della violenza criminale: piegare un padre collaboratore di giustizia con il ricatto più disumano. Per questo colpisce gli innocenti. Mettere insieme i due nomi nello stesso giorno, nella stessa piazza, non è una forzatura: è la linea di continuità tra due fronti della stessa guerra civile a bassa intensità che l’Italia ha combattuto e combatte.

Nel 2026, a tre decenni di distanza, quelle storie ci dicono che il contrasto alle mafie non è finito e che il Paese ha imparato a riconoscere il proprio nemico senza confonderlo con l’ordine pubblico o con un’emergenza periodica. È un lavoro lento – come la pietra – e dunque duraturo. Serve la politica, servono i magistrati, servono le forze dell’ordine, servono i sindacati, serve la scuola, servono i giornali. Servono, soprattutto, cittadini che chiamino le cose con il loro nome e chiedano conto alle istituzioni dei risultati, non delle parole. A Custonaci hanno cominciato da una targa. La sfida è trasformarla in una strada che non finisca mai.