Attualità
Ragusa e la lenta ritirata dal centro storico
La riflessione dell'architetto Giuseppe Nuccio Iacono sui fenomeni abitativi, e non solo, che interessano la città
La storia urbana di Ragusa degli ultimi cinquant’anni può essere letta come un lento, ma inesorabile spostamento del baricentro cittadino: dalle strade del centro verso la periferia, dai luoghi della prossimità ai luoghi dell’accessibilità automobilistica, dalla città abitata alla città consumata. A sostenerlo è l’architetto Giuseppe Nuccio Iacono, che in una lunga riflessione analizza le trasformazioni che hanno segnato il volto del capoluogo ibleo.
«Fino agli anni Settanta — ricorda Iacono — il centro storico di Ragusa Superiore era il cuore pulsante della vita urbana. Qui convivevano residenza, commercio, professioni, servizi pubblici. La città si viveva a piedi, e la rete di piccole attività commerciali era alimentata dalla presenza quotidiana degli abitanti». Un equilibrio che, secondo l’architetto, si è progressivamente incrinato con l’espansione urbana degli anni successivi.
Le nuove aree residenziali, più comode e accessibili, unite alla diffusione dell’automobile, hanno ridotto il valore della vicinanza fisica. Non era più necessario abitare accanto ai negozi o ai servizi per usufruirne. «La città ha iniziato a dilatarsi — spiega Iacono — e il centro ha perso gradualmente la sua centralità funzionale».
Su questo processo si è innestata la crescita della grande distribuzione. Supermercati prima, centri commerciali poi, hanno concentrato in un unico luogo merci, servizi e parcheggi, sottraendo clientela al commercio tradizionale. Il risultato, osserva l’architetto, non è stato solo economico: «La perdita di abitanti e attività di prossimità ha ridotto la densità sociale del centro storico, la sua vitalità, la sua capacità di attrarre».
A complicare il quadro, le difficoltà legate al patrimonio edilizio storico: costi elevati di manutenzione, vincoli di recupero, carenza di parcheggi, accessibilità limitata. Interi comparti urbani sono entrati in una spirale di invecchiamento demografico e progressivo abbandono.
Ragusa Ibla ha seguito una traiettoria diversa, ma non priva di contraddizioni. Dopo decenni di marginalità, il riconoscimento del suo valore monumentale e la crescita del turismo ne hanno favorito il recupero. Ma il successo turistico ha generato un nuovo squilibrio. «Molti spazi un tempo destinati alla vita quotidiana — osserva Iacono — sono stati assorbiti da attività rivolte quasi esclusivamente ai visitatori. In alcune strade si ha l’impressione di un grande bazar turistico più che di un quartiere urbano abitato».
Il problema, sottolinea l’architetto, non è l’esistenza di bar, ristoranti o negozi di souvenir, ma la loro eccessiva concentrazione. Quando scompaiono botteghe, servizi di quartiere, attività artigianali e residenti permanenti, il centro storico perde la sua pluralità funzionale e rischia di trasformarsi in una scenografia destinata al consumo turistico. «Una città storica può sopravvivere senza industrie — afferma — ma difficilmente può sopravvivere senza abitanti».
Per Iacono, la questione centrale non riguarda soltanto il recupero degli edifici, ma il recupero della vita urbana. Riportare residenti nel centro storico attraverso incentivi all’abitare, favorire attività economiche diversificate, migliorare l’accessibilità senza snaturare il tessuto urbano, limitare la monocultura turistica: sono queste, secondo l’architetto, le condizioni indispensabili per invertire il declino.
Una sfida complessa, che Ragusa non può più rimandare. Perché, come conclude Iacono, «una città non è fatta solo di pietre, ma delle persone che la abitano. Senza di loro, anche il patrimonio più prezioso rischia di diventare un guscio vuoto».