Attualità
Santa Croce, l'angelo dell'Oncologia portato via dalla malattia che aveva insegnato agli altri a combattere
Giorgio Grasso aveva 65 anni. Era un operatore sanitario molto conosciuto soprattutto per il sostegno che forniva ai pazienti
La sanità iblea ha perso una delle sue anime più luminose.
È morto Giorgio Grasso, 65 anni, nato il 5 gennaio 1961, figlio del compianto Salvatore. Un operatore sanitario straordinario, un professionista impeccabile, ma soprattutto un uomo capace di portare gentilezza e umanità anche nei luoghi dove il dolore sembra non lasciare spazio alla luce.
Giorgio aveva da poco raggiunto la pensione: il 2 maggio 2024 aveva timbrato per l’ultima volta, chiudendo una carriera lunga 41 anni e 6 mesi. Un traguardo che avrebbe dovuto aprire una nuova stagione della sua vita, fatta di riposo, serenità e tempo finalmente dedicato a sé.
Il destino, però, ha scelto una strada crudele: proprio dopo la quiescenza, Giorgio ha scoperto di essere affetto da un male incurabile. Lo stesso male che, per decenni, aveva combattuto ogni giorno attraverso il suo lavoro, accanto ai pazienti oncologici.
Una vita dedicata alla cura
Giorgio Grasso aveva iniziato a lavorare all’Asp 7 di Ragusa il 28 marzo 1987, dopo il diploma conseguito nel 1980. Da allora non si era mai fermato.
Il dono di rendere leggero ciò che pesava
Lavorare con Giorgio non era semplicemente “fare il turno”.
Era un’esperienza che ti cambiava.
"In un reparto dove la malattia è una presenza costante - dice Piero Mandarà, che per un lungo periodo ha lavorato assieme a Grasso - lui riusciva a portare leggerezza senza mai mancare di rispetto al dolore. Aveva il talento raro di far scorrere il tempo: una battuta per strappare un sorriso, una parola gentile per asciugare una lacrima, un gesto discreto per sostenere chi non ce la faceva più. Chiunque abbia condiviso con lui un pezzo di strada ricorda la sua dolcezza infinita, la sua gentilezza instancabile, la sua capacità di vedere la persona prima del paziente".
Per molti era un infermiere.
Per tanti altri, un fratello.
Per tutti, un angelo custode.
Non sorprende che, tra i messaggi di affetto arrivati in queste ore, ce ne sia uno che lo descrive con una precisione struggente:
“C’è un angelo in più in cielo, a te che sei stato l’angelo dell’oncologia.”
Un’eredità che non si spegne
Giorgio lascia un vuoto enorme, ma anche un’eredità preziosa: quella di un uomo che ha vissuto la professione come missione, che ha trasformato la cura in relazione, che ha saputo essere luce nei momenti più bui.
La sua ultima timbratura, quel gesto semplice che chiude una carriera, oggi appare come un simbolo: la conclusione di una vita spesa interamente per gli altri.
"E mentre la comunità sanitaria iblea lo piange - ancora Mandarà - chi lo ha conosciuto sa che Giorgio continuerà a camminare accanto a noi, nei ricordi, nelle corsie, nelle storie di chi ha trovato in lui un conforto, un sorriso, una speranza. Perché certi angeli, anche quando se ne vanno, non smettono di vegliare.