l'allarme
Il paradosso di un giovane imprenditore che offre lavoro, ma non trova personale competente
Con il fratello, ad Acireale, gestisce una storica salumeria e un bar-bistrot: «In pochi sono poco predisposti al sacrificio e il rischio è quello di chiudere le attività»
Nel cuore delle città come nei piccoli centri di provincia, salumerie storiche e ristoranti di quartiere affrontano una difficoltà sempre più evidente: trovare personale da impiegare in sala e dietro al bancone. Un problema che non riguarda solo la quantità di candidati, ma anche la qualità della formazione e la disponibilità a svolgere un lavoro che richiede competenza, sacrificio e contatto continuo con il pubblico.
Molti esercenti che offrono posti di lavoro con regolari contratti e retribuiti secondo la legge raccontano di annunci rimasti senza risposta per mesi, o di colloqui conclusi con rinunce all’ultimo momento. I giovani, spesso, percepiscono questi mestieri come poco attrattivi, complice l’idea di orari lunghi, lavoro nei weekend e una retribuzione ritenuta non adeguata all’impegno richiesto.
Eppure, fare il salumiere o lavorare in sala non è un’attività improvvisata: servono manualità, conoscenza dei prodotti, capacità relazionali e resistenza allo stress. Competenze che un tempo si imparavano “a bottega” e che oggi rischiano di andare perdute.
La Sicilia ha raccolto lo sfogo di un giovane imprenditore originario di Acireale, Giuseppe Re, che nonostante l’ampia offerta lavorativa resa disponibile tramite il Centro per l’impiego, le piattaforme di annunci online e anche i social non riesce a trovare personale per le attività commerciali che gestisce insieme con il fratello: una salumeria e un bar-bistrot.
«Io e mio fratello, laureato in Ingegneria e vincitore di tre concorsi pubblici, gestiamo due attività - racconta - non riusciamo a trovare personale qualificato per un negozio in cui vendiamo qualità di formaggi pregiate e con cui ci differenziamo da tutto quello che è l’offerta standard dei prodotti. Con lo studio, l’impegno e la voglia di fare sempre meglio negli anni abbiamo selezionato formaggi, salumi, specialità di nicchia e piccole eccellenze gastronomiche che oltre a essere consigliate ai clienti hanno bisogno di una conoscenza specifica. Non avendo personale adeguato al banco che non conosce neanche la differenza tra i formaggi di malga e d’alpeggio è chiaro che i prodotti non vengono valorizzati, né venduti. Stessa cosa accade con la difficoltà di trovare qualcuno disposto al lavorare al bar-bistrot. Manca da parte soprattutto dei giovani l’entusiasmo e la buona volontà nell’avere un impiego magari per mezza giornata e una paga sicura per arrotondare. Io ho 34 anni e ai miei tempi era naturale studiare all’università e cercare di mettere qualche soldo da parte. Oggi non si trova neanche qualcuno disponibile per lavorare cinque ore al giorno alla cassa o all’accoglienza in sala. Non basta la Did (la dichiarazione di disponibilità al lavoro), non bastano gli annunci sulle piattaforme o sui social. Finora non hanno portato risultati concreti, né positivi».
C’è una riflessione, poi, che va fatta. La pandemia ha accentuato il fenomeno, spingendo molti addetti a cambiare settore in cerca di maggiore stabilità. Ora, mentre i consumi sono ripartiti, bar e ristoranti faticano a reggere i ritmi per mancanza di personale. Una crisi silenziosa che interroga il futuro di mestieri fondamentali per la cultura gastronomica catanese.
«L’impressione - conclude Giuseppe Re - è che non ci sia l’inclinazione al sacrificio, l’interesse a iniziare un lavoro, a fare la gavetta come si è sempre fatto da che mondo è mondo. Oggi i giovani vorrebbero il posto di lavoro della vita a 20 anni ed è impossibile. Se continua così forse bisognerebbe incominciare a realizzare l’idea di vendere le attività, di creare situazioni magari sono più facili da gestire in ambito familiare. In poche parole...chiudere».