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Attualità

Vittoria, 33 anni fa l'omicidio del giovane elettricista ucciso per avere difeso la sorellina

L'assassino era un ricercato appartenente a un'organizzazione criminale del territorio

06 Luglio 2026, 22:49

22:50

Vittoria, 33 anni fa l'omicidio del giovane elettricista ucciso per avere difeso la sorellina

Il giovane Andrea Castelli

L’omicidio di Andrea Castelli, consumatosi trentatré anni fa a Caucana, non è soltanto una ferita della cronaca iblea. È un tassello di memoria collettiva che continua a interrogare la comunità sul significato autentico del coraggio civile.

La vicenda di quel giovane elettricista ventiquattrenne, che il 5 luglio 1993 perse la vita dopo aver protetto la sorellina e alcune bambine da un molestatore, non appartiene al passato: è un richiamo che attraversa le generazioni, ricordando che la giustizia non è un’astrazione, ma si esercita nei gesti quotidiani, spesso compiuti senza esitare.

Castelli intervenne per difendere chi non aveva voce, forza o strumenti per tutelarsi. Lo fece con naturalezza, come accade quando si percepisce un’iniquità profonda. Quel gesto semplice e istintivo lo pose però di fronte a un uomo violento, ricercato per diversi reati e vicino ad ambienti criminali.

Il giorno seguente, quell’individuo tornò armato, trasformando un atto di protezione in una tragedia destinata a segnare per sempre la comunità. Oggi Andrea Castelli è riconosciuto vittima di mafia.

Non si tratta di una qualifica meramente formale: è la conferma che la sua morte non fu un episodio isolato, bensì l’effetto di un sistema criminale che non tollera chi si oppone, chi rompe il silenzio, chi difende i più vulnerabili.

La piazzetta di Scoglitti a lui intitolata è luogo di memoria e, insieme, invito a ricordare che la mafia non è solo un’organizzazione: è una cultura che si contrasta con l’esempio, la responsabilità, la scelta di non voltarsi dall’altra parte.

Il valore civico della sua storia risiede proprio qui: nel ribadire che il coraggio non è un’eccezione eroica riservata a pochi, ma una possibilità alla portata di ciascuno. È l’atto di chi interviene davanti a un’ingiustizia, di chi protegge un bambino, di chi denuncia un sopruso, di chi rifiuta che la paura diventi normalità.

Castelli non era un militante né un attivista: lo è diventato dopo, perché la comunità ha riconosciuto in lui ciò che troppo spesso manca nella vita pubblica, ossia l’assunzione di responsabilità senza attendere che lo faccia qualcun altro.

A più di tre decenni di distanza, la sua vicenda ricorda che il coraggio civile è un impegno quotidiano. Significa costruire una comunità che non abbandona i più fragili, che non accetta la violenza come destino, che non consente alla criminalità di dettare le regole.

Vuol dire sapere che ogni gesto conta, che ogni voce può incidere, che ciascuno può essere presidio di legalità.

Ricordare Andrea Castelli significa riconoscere che la società si regge su chi rifiuta l’indifferenza. E implica chiedersi, oggi, se siamo all’altezza di quel gesto, se sappiamo difendere ciò che è giusto, se siamo pronti a proteggere chi non può farlo da solo.

La memoria non è esercizio retorico: è un impegno. E la storia di Castelli continua a chiederci di mantenerlo vivo.