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Conoscere l'Etna per non temerlo: il vulcanologo Behncke contro le fake news
Smontati i falsi miti sul più grande vulcano d'Europa: capire l'attività eruttiva, valutare i rischi reali e contrastare l'allarmismo online
«L'Etna è un vulcano attivo e dobbiamo imparare a conoscerlo». È questo, in sintesi, il messaggio del vulcanologo Boris Behncke, che in un lungo intervento sui social prova a fare chiarezza sulla fase eruttiva che sta interessando il vulcano e, soprattutto, sulle numerose informazioni inesatte e sugli allarmismi che in questi giorni circolano sul web.
Behncke parte da una considerazione generale sulla diffusione di «fake news» e informazioni prive di basi scientifiche, fenomeno che, a suo giudizio, ha assunto dimensioni particolarmente evidenti negli ultimi anni. Un problema che riguarda anche l'Etna, dove l'attività del vulcano ha alimentato sui social domande e timori da parte di molti cittadini.
Il primo punto, sottolinea il vulcanologo, è ricordare che l'Etna è un vulcano estremamente attivo. Non solo è tra i vulcani più attivi al mondo per frequenza delle eruzioni e quantità di materiale emesso, ma negli ultimi decenni ha mostrato una crescente versatilità, con episodi di attività esplosiva sempre più frequenti. Cade dunque, secondo Behncke, il vecchio stereotipo del «gigante buono», considerato esclusivamente un vulcano effusivo.
Il vulcanologo invita però a non trasformare questa consapevolezza in allarmismo. L'Etna, spiega, ha caratteristiche che rendono generalmente meno devastanti i suoi episodi parossistici rispetto a quanto potrebbe accadere su altri vulcani. Il problema, semmai, è la necessità di adattare le comunità e le amministrazioni alle condizioni attuali del vulcano, migliorando la gestione della cenere e dei lapilli e la sicurezza degli edifici e dei territori.
Un altro punto riguarda la classificazione delle eruzioni. Behncke distingue tra attività sommitale, subterminale, laterale ed eccentrica, ma sottolinea come l'Etna non si lasci facilmente rinchiudere nelle categorie create dagli uomini. L'attuale attività, secondo la sua lettura, presenta una componente sommitale particolarmente evidente, legata soprattutto alla Voragine, ma anche una dinamica che si estende verso il fianco orientale della montagna, con bocche situate a quote inferiori.
Da qui la cautela nel definire esattamente la natura dell'episodio in corso: «il motore di questa eruzione è il condotto centrale e con esso la Voragine», scrive Behncke, precisando che le dinamiche che si sviluppano più in basso sono ancora da comprendere pienamente.
Il vulcanologo affronta poi uno dei temi più sensibili: il rischio per la popolazione. L'Etna ha nella sua storia documentata provocato danni e distruzioni, come durante la grande eruzione del 1669 e quella del 1928, che devastò gran parte di Mascali. Ma Behncke sottolinea un dato significativo: in entrambi gli eventi non ci furono vittime causate direttamente dall'attività eruttiva all'interno degli abitati.
Nel corso della storia documentata, spiega, le vittime associate alle eruzioni sono state 77, ma si tratta soprattutto di persone che si trovavano in prossimità dei crateri o in aree particolarmente esposte. L'ultimo incidente mortale legato direttamente a un'eruzione risale al 1987.
Il dato, secondo Behncke, deve servire anche a ridimensionare alcune convinzioni diffuse dopo gli incidenti avvenuti sul vulcano. Negli ultimi decenni, osserva, sull'Etna sono morte più persone per incidenti di montagna che per le eruzioni. Tra le cause figurano cadute, malori e fulmini. Proprio il caso del turista americano morto recentemente dopo essere stato colpito da un fulmine, ricorda il vulcanologo, non sarebbe riconducibile a una presunta violazione di un'area vietata: l'uomo si trovava a circa 1.300 metri di quota, dove l'accesso a piedi era consentito.
Il messaggio finale è quindi un invito alla conoscenza e alla responsabilità, più che alla paura. Behncke annuncia che in un prossimo intervento spiegherà anche perché la scienza non può prevedere con precisione se un'eruzione avverrà prima o dopo un determinato evento, pur disponendo di sistemi di monitoraggio e allerta capaci di fornire un contributo fondamentale alla Protezione civile, alle autorità e alla popolazione.
Conoscere l'Etna, dunque, significa anche accettarne l'imprevedibilità. E soprattutto, conclude il vulcanologo, evitare che la paura venga alimentata da informazioni infondate: di fronte a un vulcano vivo, la migliore difesa resta una comunità informata, preparata e capace di affidarsi ai dati scientifici.