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L'intervento

Luigi Sturzo, un padre nobile senza eredi politici

L'eredità del prete di Caltagirone tra popolarismo, autonomia economica e critica al populismo e all'assistenzialismo

Agatino Cariola

18 Gennaio 2026, 08:32

don Luigi Sturzo

don Luigi Sturzo

È giusto ricordare sul quotidiano "La Sicilia", che più volte ha ospitato articoli di Luigi Sturzo, l’anniversario dell’appello agli “uomini liberi e forti” che, con gli altri fondatori del Partito popolare, lo stesso Sturzo lanciò il 18 gennaio 1919. Sul “pretino” di Caltagirone si continua a scrivere tanto, come è giusto che sia per chi ha animato per oltre mezzo secolo la storia politica. Sturzo sindaco della sua città; sociologo; leader di partito; intellettuale in esilio dall’Italia fascista che addirittura contro la sua famiglia cambiò la geografia politica; senatore della Repubblica; giudice dell’Alta Corte per la regione siciliana, e tanto altro.

Sturzo che fondò un partito politico, eppure negli anni cinquanta contestò la partitocrazia; che da sindaco promosse servizi pubblici, ma criticò la crescita dell’intervento pubblico nell’economia, ritenuto fonte di corruzione; che nel 1919 propose un sistema elettorale proporzionale, e che però suggeriva all’Italia repubblicana di ritornare all’uninominale. Sturzo sacerdote a parlare i linguaggi laici della politica e della riflessione e che sapeva interloquire con personaggi come Turati o Gobetti, che pubblicò un suo libro. Sturzo dalla statura internazionale, che continuava a interessarsi delle vicende locali.

Che, ad esempio, quando fu consigliere alla provincia di Catania, accettò l’accoglienza del vescovo etneo di allora, il cardinale Francica Nava, che gli mise a disposizione un appartamentino. Che intervenne nel secondo dopoguerra per l’intervento di bonifica cittadina sull’area che sarà Corso Sicilia. Sturzo amministratore che guardava ai problemi da risolvere e parlava con i cittadini più che con altri attori politici.

La prima riflessione è sulla sua eredità. Chi è il successore di Sturzo? Quale partito o movimento? Oggi il sincretismo politico fa ricercare impensabili padri. La politica che non sa prospettare futuro, si rivolge al passato a ritrovare padri autorevoli da sfruttare per avere legittimazione. Riguardo Sturzo questa operazione è difficile, sia per il lungo periodo della sua attività, sia per le nette prese di posizione contro il fascismo negli anni Venti e contro il comunismo nella discutibile operazione per le elezioni comunali a Roma nel 1952, osteggiata addirittura da De Gasperi.

Il fatto è che Sturzo è padre nobile di tanti, ma nessuno può accaparrarsene l’eredità.

Sturzo è l’artefice del popolarismo italiano, cioè della valorizzazione e della promozione di ceti i quali erano rimasti fuori dalla formazione dello Stato liberale e dei quali occorreva riconoscere un protagonismo sociale prima ancora che politico. Non erano solo gruppi cattolici, ma piccoli coltivatori, commercianti, impiegati: ceti apparsi a seguito della rivoluzione industriale e che andavano formati ad utilizzare gli strumenti di un sistema che oggi si chiamerebbe economia sociale di mercato: ad usare gli istituti bancari, ad investire nell’agricoltura e nell’imprenditoria, ad essere insomma indipendenti sotto il versante economico, cioè a dire liberi di fronte ai condizionamenti della stessa politica. Il patto Gentiloni del 1912 trattava ancora questi soggetti solo come elettori: con Sturzo diventano protagonisti. L’appello ai “liberi e forti” si faceva impegno perchè gli elettori fossero liberi e, quindi, politicamente forti. Un soggetto economicamente indipendente quando vota è libero; un elettore alla ricerca di sussidi vota chi gli promette assistenza e lo conserva in stato di bisogno. In questo Sturzo è stato coerente ancora negli anni Cinquanta dello scorso secolo quando polemizzava contro l’assistenzialismo.

C’è un divario tra popolarismo e populismo, che è invece l’esaltazione di un leader che promette l’uso delle risorse pubbliche per comprare il consenso di elettori in necessità ed ai quali è negata la dignità di soggetti autori del proprio sviluppo, cioè di donne e uomini liberi. Il popolarismo ha costruito un partito fatto di programmi e di tanti uomini e donne, niente affatto il partito personale attorno un capo padrone. In tutto questo la lezione di Sturzo va meditata, specie quando l’astensionismo induce a preoccuparsi sulle sorti della democrazia.