il dibattito
Ponte sullo Stretto, meno controlli perché l'ha voluto la maggioranza? Un'idea pericolosa di democrazia
All'intervento di Armando Siri sul nostro giornale risponde l'ingegnere Elio Conti Nibali, dell'associazione Invece del Ponte
C’è qualcosa di più preoccupante, nell’articolo di Armando Siri sul ponte dello Stretto (pubblicato ieri su queste colonne, ndr), delle sue argomentazioni a favore dell’opera. È l’idea di democrazia che emerge dalle sue parole. Secondo Siri, una volta che una maggioranza parlamentare ha assunto una decisione, gli organismi di controllo dovrebbero sostanzialmente limitarsi a indicare come realizzarla nel modo più efficiente e rapido. Il Parlamento decide, dunque, e gli altri poteri dello Stato dovrebbero adeguarsi/asservirsi. Peccato per lui che la Costituzione dica una cosa molto diversa.
L’articolo 1 stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo», ma aggiunge immediatamente «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è un dettaglio, è la differenza tra la nostra democrazia costituzionale e il principio secondo cui chi ha la maggioranza può fare tutto ciò che vuole.
Quella di Siri rappresenta una visione proprietaria dello Stato. La Corte dei conti deve esercitare i controlli che l’ordinamento le attribuisce e le amministrazioni tecniche devono esprimere valutazioni secondo le proprie competenze.
Non sono “organismi minori”, intralci inventati per impedire alla politica di decidere. E non possono essere cancellati dalla volontà contingente di una maggioranza parlamentare. Pretendere che oltre la volontà popolare non può e non deve esserci alcuna giurisdizione contigua o potere sostitutivo, dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalla propria posizione politica e dell’opinione sul Ponte. Perché una cosa è sostenere che i controlli debbano essere efficienti, tempestivi e non trasformarsi in interminabili adempimenti burocratici, altra cosa è sostenere che i controlli non debbano poter incidere sulle decisioni della maggioranza. Questa è una visione pericolosa dello Stato di diritto.
Quanto all’opera, Siri racconta di ponti costruiti negli ultimi decenni, volendo dimostrare che i grandi ponti possono essere decisi e costruiti rapidamente. Ma proprio i confronti che propone rivelano la debolezza delle stesse argomentazioni. Il ponte turco ha una campata centrale di 2.023 metri ed è un grande ponte stradale. Il ponte sullo Stretto, invece, è progettato con una campata unica di 3.300 metri a due binari ferroviari. Per non parlare del Tsing Ma Bridge di Hong Kong, uno dei più importanti ponti sospesi al mondo adibiti anche al traffico ferroviario, che ha però una campata principale di 1.377 metri.
Il Ponte sullo Stretto dovrebbe avere una campata di 3.300 metri, molto più del doppio. Non significa automaticamente che il ponte sia impossibile, certo, ma vuol dire una cosa molto più semplice: non è per niente serio trattare la sua complessità come un fastidio burocratico da rimuovere in nome della velocità: un’opera senza precedenti dimensionali non si dimostra sicura solo perché lo ha deciso una maggioranza politica. Sono tutte da dimostrare, attraverso studi, prove, verifiche, controlli e prescrizioni, la sicurezza, la stabilità aerodinamica, la compatibilità ferroviaria, la risposta alle sollecitazioni sismiche.
Le prescrizioni degli organismi tecnici non sono una “palude” e se oggi un’opera enormemente più complessa arriva a una nuova fase di verifica tecnica, sarebbe precisamente quello il momento nel quale pretendere rigore, non già velocità a ogni costo. Chiedere che tutto sia controllato non significa essere contro il progresso. Significa prendere sul serio il denaro dei cittadini: sono ad oggi 13,5 miliardi quelli messi sul tavolo per il ponte. I siciliani hanno tutto il diritto di chiedere non soltanto se il ponte si potrà fare, ma soprattutto a quale prezzo, con quali garanzie, con quali priorità e per risolvere quali problemi.
E sarebbe interessante che la politica rispondesse anche a una domanda molto più elementare: perché per un siciliano può essere ancora un’odissea muoversi in treno da una parte all’altra della propria regione? Se il collegamento ferroviario interno è così problematico, se le linee regionali hanno ancora tempi e standard lontani da quelli delle grandi regioni europee, se intere aree della Sicilia restano penalizzate dalla qualità delle infrastrutture, quali sono esattamente le priorità dei siciliani? Questa domanda non è ideologica.
Una buona volta bisogna smettere di raccontare l’opposizione al ponte come una forma di ideologia, di immobilismo o addirittura di odio verso il progresso. Si può essere favorevoli al ponte, contrari e si può persino cambiare idea. Ma sostenere che chi pone dubbi tecnici, economici, ambientali o infrastrutturali sia semplicemente vittima di una “cancrena ideologica” significa sottrarsi al merito delle questioni. E chi sostiene che il ponte sia necessario ha un compito altrettanto preciso prima di avviare i lavori: dimostrarne la sostenibilità tecnica, la sicurezza ferroviaria, la sostenibilità economica, l’utilità rispetto alle alternative. Dimostrare che i benefici per la Sicilia saranno proporzionati alle risorse pubbliche impegnate.
Non basta dire che la maggioranza ha deciso. Una maggioranza può decidere di costruire un’opera, ma non può decidere che quell’opera sia tecnicamente sicura per decreto e che i controlli dello Stato cessino di avere valore perché rallentano il calendario politico. Essere contrari al ponte, in conclusione, è una posizione consapevole e, di conseguenza, un dovere civico.