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le tensioni internazionali

Garanzie “a prova di Mosca”, se la Russia attacca ancora sarà guerra: cosa c'è scritto nell'accordo dei "Volenterosi" messo nero su bianco a Parigi

Una dichiarazione che promette molto — dispiegamento di capacità militari, intelligence, logistica, diplomazia e sanzioni — ma che apre anche un capitolo delicatissimo: fino a che punto gli Stati Uniti sono pronti a blindare l’Europa orientale?

Redazione La Sicilia

06 Gennaio 2026, 19:01

19:03

Garanzie “a prova di Mosca”: la bozza di Parigi mette sul tavolo impegni vincolanti per l’Ucraina. E Washington valuta un backstop “versione Articolo 5”

Si è conclusa dopo poco meno di tre ore la riunione all’Eliseo della Coalizione dei Volenterosi, alla quale hanno preso parte circa trenta leader occidentali e i due emissari statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner. Nel Salone degli Specchi dell’Eliseo, nei dossier dei delegati figura una bozza dal peso specifico notevole: in caso di un futuro attacco russo, i partner di Kiev si impegnerebbero a passare dalle mere note di condanna a obblighi stringenti, che includono lo schieramento di capacità militari, sostegno logistico e di intelligence, azioni diplomatiche coordinate e un nuovo pacchetto di sanzioni già pronto. È il fulcro della dichiarazione al centro del confronto fra i leader della cosiddetta “Coalition of the Willing”, riuniti oggi, 6 gennaio 2026, a Parigi. A testimoniare la posta in gioco non c’è solo la presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e del padrone di casa Emmanuel Macron, ma anche quella dell’inviato speciale del presidente americano Donald Trump, l’imprenditore Steve Witkoff, e del consigliere informale Jared Kushner. L’implicito è un “backstop” americano che, nella sostanza, equivarrebbe a una garanzia di mutua assistenza sul modello Nato. Restano però incognite sulla cornice formale — e sull’eventuale via libera del Senato USA.

Cosa c’è nella bozza di Parigi

Secondo la bozza circolata tra le delegazioni, gli alleati riconoscono che la sicurezza di Kyiv non potrà reggere senza garanzie equiparabili, per credibilità e deterrenza, all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Il testo parla di impegni vincolanti a intervenire in caso di “futuro attacco armato” contro l’Ucraina con una gamma di misure coordinate: dall’impiego di capacità militari (con enfasi su difesa aerea e protezione dei corridoi marittimi) al rafforzamento dello scambio di intelligence e della logistica, fino a iniziative diplomatiche orchestrate e all’adozione di sanzioni aggiuntive già preconfezionate per ridurre i tempi di risposta. Per i promotori europei, la forza della bozza sta nella concretezza operativa e nella tempistica: niente tavoli infiniti, ma meccanismi “a scatto” in caso di aggressione.

In parallelo, prende forma un meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco ad alta tecnologia, guidato dagli Stati Uniti: droni, sensori, immagini satellitari, fusione di dati multi–fonte per verifiche imparziali su eventuali violazioni. È un punto chiave alla luce degli insuccessi dei precedenti accordi di Minsk: questa volta il controllo non verrebbe lasciato alle sole parti, ma a una “torre di controllo” tecnologica a guida americana, integrata con contributi europei. Lo schema tecnologico è rilevante per due ragioni: crea un quadro probatorio solido (utile anche sul piano legale e sanzionatorio) e riduce il fabbisogno di personale lungo una linea di separazione potenzialmente lunghissima.

Il tassello americano: un “backstop” che fa la differenza

Nelle ultime settimane, più voci europee — dal Regno Unito alla Francia — hanno spinto per un pacchetto che includa una forza di rassicurazione europea in caso di cessate il fuoco, ma il tasto sensibile resta l’ombrello USA. Esponenti come il primo ministro britannico Keir Starmer lo hanno detto senza giri di parole: senza un “backstop” americano — copertura aerea e missilistica, intelligence e logistica — la deterrenza sarebbe zoppa. Parigi e Londra sono pronte a fare la loro parte, ma il segnale di Washington è considerato imprescindibile per scoraggiare Mosca dal “testare” la resilienza del sistema. La bozza di Parigi recepisce questa esigenza, abbozzando un ruolo USA centrale nel monitoraggio del cessate il fuoco e nel supporto alla forza europea, con l’obiettivo di dissuadere tentazioni di “salami tactics” lungo la linea di contatto.

Il punto politico–giuridico è però più scivoloso: che tipo di garanzia possono offrire gli Stati Uniti? Un trattato di mutua difesa richiede, per prassi costituzionale, il voto favorevole di due terzi del Senato; un accordo esecutivo (executive agreement) può invece essere concluso dal presidente senza ratifica, ma ha natura e stabilità differenti. E qui si apre il dossier che agita le capitali europee: la garanzia “tipo Articolo 5” promessa a parole da alcuni emissari americani, per essere pienamente vincolante sul piano interno, necessiterebbe in genere di una forma di trattato o di un congressional–executive agreement. Diversamente, si rischia un impegno politico forte ma giuridicamente più fragile — o comunque più esposto a cambi di rotta politici futuri.

Un precedente utile è l’accordo bilaterale di sicurezza USA–Ucraina firmato a Bari durante il G7 del 13 giugno 2024 dall’allora presidente Joe Biden e da Volodymyr Zelenskyy: si trattava di un accordo esecutivo decennale, non di un trattato, e quindi non richiedeva l’approvazione del Senato. Giuristi e analisti del Congressional Research Service hanno spiegato che tali intese creano obblighi soprattutto di procedura (consultazione, coordinamento, supporto) e lasciano ampia discrezionalità all’esecutivo sui modi e tempi dell’assistenza; il passo verso obblighi difensivi “automatici” richiederebbe, per contro, un diverso ancoraggio giuridico. In altre parole, gli USA possono fare molto sotto forma di accordi esecutivi, ma la soglia simbolica e legale di un impegno di difesa reciproca resta, per disegno costituzionale, materia su cui il Senato ha voce decisiva.

Non è solo teoria: la giurisprudenza e la prassi mostrano che il potere esecutivo può concludere accordi internazionali senza passare dal Senato (dai “sole executive agreements” agli accordi attuativi di trattati esistenti), mentre i trattati — come quello del Nord Atlantico — restano la forma più impegnativa e duratura. Proprio per la NATO, negli ultimi anni il Congresso ha persino limitato la possibilità di un’eventuale uscita unilaterale dell’esecutivo, a conferma del peso eccezionale di quegli impegni. È un promemoria importante per chi, in Europa, cerca oggi un’architettura credibile e durevole di sicurezza per Kyiv.

Europei in prima linea, americani al centro

L’idea che prende forma a Parigi non è una “NATO 2.0”, ma una cornice intergovernativa a leadership europea, con una forza multinazionale di rassicurazione pronta a dispiegarsi solo in presenza di una tregua. Qui, i contributi europei — in particolare di Francia e Regno Unito — sarebbero decisivi, mentre gli Stati Uniti fornirebbero l’abilitante strategico: copertura aerea e missilistica, evacuazione medica, mobilità a lungo raggio, intelligence, sorveglianza e ricognizione, e la cabina di regia del monitoraggio tecnologico del cessate il fuoco. In assenza di una tregua credibile, le stesse capacità sarebbero orientate a rafforzare la difesa ucraina: difesa antiaerea, munizionamento, riparazioni campali, sostegno alla catena logistica e all’auto–sostenibilità industriale di Kyiv. Il messaggio ai militari russi: l’Occidente non arretra e può “accendere” rapidamente pacchetti di supporto pre–pianificati.

Non è un caso che attorno al tavolo siedano più di 27 leader: la costruzione di una “coalizione ampia e credibile” serve sia a ripartire oneri e costi, sia a blindare la volontà politica contro possibili oscillazioni nazionali. La presenza degli emissari americani Witkoff e Kushner è stata letta come segnale di interesse della Casa Bianca a definire gli aspetti tecnici e politici del backstop in modo compatibile con la linea del presidente Trump: niente “boots on the ground” USA, più ruolo a europei e ucraini, e un ombrello americano in grado di fare la differenza sulla deterrenza.

Il messaggio politico di Parigi

Parigi manda un messaggio duplice. Agli ucraini: non sarete lasciati soli nella “fase 2” del conflitto — quella, forse più complessa, della gestione di una tregua e della prevenzione di nuove aggressioni. A Mosca: l’Occidente ha imparato dagli errori e ha predisposto meccanismi automatici di supporto e monitoraggio imparziale: ogni violazione avrà conseguenze prevedibili e rapide, sul piano militare e su quello economico. Agli scettici: il modello non è una “NATO per procura”, ma una coalizione che mette a sistema ciò che gli europei possono fare — con un ombelico americano su tecnologia, intelligence e deterrenza a lungo raggio. È una scommessa sul realismo: niente promesse inattuabili, ma catene decisionali e strumenti concreti.