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gli scenari

“Pace attraverso la forza”: che succede tra Caracas e l’Artico con la nuova dottrina della Casa Bianca

Dalla linea dura sul Venezuela al dossier Groenlandia: così Washington prova a riscrivere gli equilibri nel proprio “emisfero” e oltre, mentre crescono le frizioni con Mosca, Copenaghen e gli alleati europei.

Redazione La Sicilia

07 Gennaio 2026, 21:56

“Pace attraverso la forza”: la nuova dottrina della Casa Bianca tra Caracas e l’Artico

Una scia di spruzzi bianchi taglia l’Atlantico settentrionale: a prua, la sagoma di una petroliera ribattezzata all’ultimo, una bandiera ridipinta in corsa, il segnale AIS che scompare e riappare. Sopra, un pattugliatore americano la tallona da giorni. La scena—degna di un thriller marittimo—è diventata notizia quando gli Stati Uniti hanno annunciato il sequestro di due navi legate alle catene di esportazione di carburanti sanzionati del Venezuela: una in alto Atlantico, l’altra nei Caraibi. Nelle stesse ore, dalla sala stampa della Casa Bianca a Washington, la portavoce Karoline Leavitt scandiva la formula che regge l’intera architettura di questa fase di politica estera: “pace attraverso la forza”. E non solo a sud: l’orizzonte della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, torna nell’agenda americana come obiettivo strategico da “acquisire”—preferibilmente con mezzi negoziali, ma senza escludere, per la Casa Bianca, “nessuna opzione”.

Di mezzo c’è il destino di Caracas, oggi retta da autorità ad interim, con decisioni che—secondo la versione ufficiale di Washington—vanno “coordinate” strettamente con gli USA. Di contorno, un lessico che somma deterrenza, blocco marittimo, sanzioni e “acquisti” geopolitici. È una linea che entusiasma i falchi della sicurezza ma irrigidisce Copenaghen, irrita Mosca e inquieta non poco le capitali europee.

Il ritorno di una vecchia massima, aggiornata alla competizione tra potenze

La formula “pace attraverso la forza” non nasce oggi. Nella tradizione conservatrice americana è associata a Ronald Reagan, ma attraversa il ventesimo secolo con significati che vanno dalla pura deterrenza alla proiezione di potenza con finalità “stabilizzatrici”. Oggi la Casa Bianca la ripropone come chiave di lettura universale: preservare la sicurezza americana e l’ordine regionale facendo intendere che la forza è disponibile e, se necessario, impiegabile. Nel lessico dell’amministrazione, la “forza” è ciò che consente di negoziare da posizioni di vantaggio, dissuadere avversari e “proteggere” le filiere energetiche considerate vitali.

In questo quadro, l’emisfero occidentale viene riaffermato come spazio d’influenza naturale di Washington: un rovescio attualizzato della Dottrina Monroe, già evocata nelle ultime settimane in relazione alle operazioni in Venezuela e alle pressioni su Cuba. La narrativa è chiara: ridurre la penetrazione di attori esterni—Russia e Cina su tutti—e imporre regole definite a Caracas su petrolio, droghe e criminalità organizzata.

Venezuela, il “coordinamento” con Washington e il test dei fatti

Alla domanda su chi guidi davvero Caracas dopo l’uscita di scena del vecchio vertice, la Casa Bianca ha offerto una versione lineare: la transizione procede in coordinamento con Washington, e le scelte del governo provvisorio seguono una linea concordata “a tutela” degli interessi condivisi. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che l’obiettivo è duplice: interrompere i canali dei cartelli e “mettere in sicurezza” le infrastrutture energetiche in vista di nuovi investimenti americani. Nelle stesse ore, la Casa Bianca ha lasciato intendere che il vicepresidente JD Vance è pienamente dentro il dossier, sebbene lavori spesso dietro le quinte: un dettaglio utile a smontare le voci di un suo raffreddamento sul fronte interventista.

Sul terreno, intanto, il segnale di “forza” è arrivato per mare: il sequestro quasi in simultanea di due petroliere ritenute parte della “shadow fleet” che movimenta greggio venezuelano, russo e iraniano aggirando le sanzioni. La prima, conosciuta in passato come “Bella 1” e ridenominata “Marinera” con bandiera russa, è stata abbordata in Atlantico dopo un lungo inseguimento iniziato nei Caraibi; la seconda, la “Sophia”, è stata fermata in acque caraibiche. Per Washington, si tratta di applicare mandati giudiziari e colpire l’economia “clandestina” che alimenta apparati ostili. Per Mosca, la mossa è “pirateria” in acque internazionali. Il nodo giuridico—tra UNCLOS, statualità della nave e competenza dei tribunali USA—è destinato a far discutere, specie perché alcune unità risultavano di fatto “stateless” dopo i cambi di bandiera lampo.

La componente economica è altrettanto rilevante: la Casa Bianca parla di una finestra di allentamento mirato delle restrizioni per consentire vendite “controllate” di greggio venezuelano sui mercati, con i proventi sotto vincolo—una leva per finanziare la transizione e, insieme, disinnescare il rischio che Caracas torni a essere un hub per triangolazioni opache. In parallelo, si incoraggia il rientro di major americane nell’upstream venezuelano, con capitali e tecnologia per riattivare campi e raffinerie. Una strategia, questa, che potrebbe cambiare gli equilibri dell’offerta globale se dovesse materializzarsi in decine di milioni di barili in export nei prossimi mesi.

“Decisioni dettate dagli Stati Uniti”? 

Sul piano politico, la frase—attribuita alla portavoce Leavitt—secondo cui alcune decisioni del governo provvisorio venezuelano sarebbero “dettate dagli Stati Uniti” funziona come messaggio d’ordine a base domestica: rassicura l’elettorato sulla capacità dell’esecutivo di “controllare” i processi nel cortile di casa. Ma apre un fronte sensibile sul terreno della legittimità: da un lato, Washington parla di supporto a istituzioni venezuelane “responsabili” verso il ripristino di regole minime; dall’altro, a Caracas, la leadership ad interim rivendica la propria autonomia—pur riconoscendo il ruolo cruciale degli USA nella sicurezza, nell’energia e nei flussi finanziari.

La differenza sta nelle parole e nella calendarizzazione: scadenze elettorali credibili, garanzie per apparati civili e militari, riapertura degli spazi per opposizione e società civile. È qui che la dottrina della “forza” si misura con la complessità venezuelana: senza un percorso politico verificabile, la spinta securitaria rischia di alimentare l’idea di una tutela esterna a tempo indeterminato, con costi reputazionali nell’America Latina e con riflessi nelle relazioni con UE e Osa.

Groenlandia, la partita artica e la linea sottile tra acquisto e minaccia

Mentre le pattuglie guardacoste inseguivano le petroliere, la Casa Bianca riapriva il dossier Groenlandia. La portavoce Leavitt ha parlato di un “ventaglio di opzioni” per “acquisire” l’isola: l’opzione primaria—assicura il Segretario di Stato Marco Rubio—resta un acquisto negoziato con Danimarca e autorità groenlandesi; ma l’idea che l’uso della forza militare sia “sempre un’opzione” a disposizione del Comandante in Capo ha scatenato la reazione di Copenaghen. La prima ministra Mette Frederiksen ha definito “inaccettabile” ogni ipotesi di annessione, avvertendo che un passo di quel tipo segnerebbe un colpo durissimo—se non la fine—per la coerenza di NATO.

Perché la Groenlandia? Nel calcolo americano pesano almeno quattro fattori: la posizione sull’asse Atlantico–Artico, con rotte che—complice il disgelo—diventano più navigabili e strategiche; la proiezione radar e i vettori di difesa già presenti (base di Thule), con un occhio al nord della Russia e al Passaggio a nord-ovest; la corsa alle terre rare e alle risorse minerarie, tema cruciale nella competizione tecnologica con Cina; il bisogno, dichiarato da Washington, di “controllo” su domini critici se comunque gli USA sono chiamati a difenderli in caso di minaccia, per via degli accordi con Danimarca.

Sul piano diplomatico, Rubio annuncia colloqui con i danesi, mentre a Nuuk il governo locale rivendica che ogni decisione sul futuro dell’isola spetta ai groenlandesi e a Copenaghen. Gli alleati europei ribadiscono che un linguaggio di “opzioni militari” fra alleati NATO è un tabù strategico. Nel frattempo, la discussione pubblica si increspa: tra chi evoca modelli ibridi—come compatti di libera associazione—e chi scorge nella mossa un azzardo che rischia di fratturare l’Alleanza.

Cosa cambia per l’America Latina e per l’Europa

Nell’America Latina, il messaggio è duplice: fine delle ambiguità sulla proiezione USA nel “proprio” emisfero e disponibilità a “comprovare” la deterrenza con atti concreti. Per i vicini, però, la domanda è se la sicurezza promessa non si traduca in una compressione delle autonomie politiche. La reazione di Cuba e dei paesi schierati con Caracas è di irrigidimento; quella dei partner più allineati si misura tra opportunità economiche e timore di rappresaglie.

In Europa, la questione è più esistenziale: l’Artico è un teatro di cooperazione delicata; inserire l’“acquisizione” di Groenlandia nel discorso pubblico alza la temperatura diplomatica e rischia di spingere Danimarca e UE su posizioni difensive. Al tempo stesso, la condivisione di intelligence e sorveglianza nell’Atlantico resta un pilastro operativo che nessuno vuole incrinare.